Scrivere senza frontiere

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185805_1Perché non scrivere in una lingua straniera? Se oggigiorno siamo liberi di scegliere la professione, la religione e anche il sesso, perché non pensare in tutta libertà a una lingua diversa per esprimere il talento, il messaggio dentro la bottiglia di una storia, la nostra sensibilità? Inizia più o meno con questi argomenti un interessante articolo di Tim Parks che ho scoperto pochi giorni fa sul The New York Review of Books. Sarebbe una leggerezza ignorare che il mercato dei libri in inglese è molto vasto, talmente vasto che usare l’aggettivo sconfinato anche per ciò che non è tecnicamente infinito è una licenza che, benché non poetica, è più che passabile. L’occhio del mondo, si sa, individua agevolmente ciò che è più grande. Fattori economici e politici, sociali e culturali, pesano troppo nella storia di un libro. O dei libri. Motivi per cui – si legge ancora nell’articolo – Conrad e Nabokov hanno abbandonato la lingua di nascita per inchiostrare penna e parole con idiomi universali. Ma una virata così netta non è sempre e necessariamente imputabile a dinamiche migratorie o spostamenti in senso stretto, può essere un gesto ispirato dall’esigenza di farsi ascoltare e capire da una platea più ampia, o magari solo più incline alla propria sensibilità. Parks fa l’esempio degli scrittori asiatici o africani di maggior fama dei giorni nostri.

bozze_editingScrivere in una lingua diversa dalla madrelingua può essere una catapulta verso mercati e società che non etichettano come provinciale chi racconta radici, immagini o visioni legate a un vissuto che un connazionale potrebbe ritenere noioso perché fin troppo noto, e quindi privo di scoperta. Nemo propheta in patria, aggiungerei banalmente. Ma se si dispone di un messaggio potente, soprattutto per un altrove dove soggetti e dinamiche narrati sono pressoché sconosciuti, esotici nel vero senso della parola, perché non caricarlo su un veicolo di comunicazione altrettanto efficace, quindi universale? Certo, optare per l’inglese è un passepartout ma non è un dogma, per esempio scelta intelligente sarebbe dirottarsi su lingue di comunità che possano trovare interessante la peculiare cifra stilistica e contenutistica di chi scrive. Scrivere senza frontiere, parlare a chi può apprezzare ciò che abbiamo da dire. Non si tratta di luogo di nascita, né di cittadinanza, ma di trasmettere emozioni, immaginare empatie nuove, creare ponti innescando curiosità. Scrivere in un’altra lingua può anche sortire effetti liberatori o slanci terapeutici. Dire liberamente cose scomode o difficili, usare una traduzione come armatura per la conquista della (totale) libertà o come un amuleto per esorcizzare argomenti o esperienze negativi.

Babelcube logo squaredScrivere in un’altra lingua è anche un esercizio per veri creativi. Provare a sdoganarsi da ingessature linguistiche o zavorre (pseudo) morali della cultura di provenienza, rivolgersi a chi può capire il messaggio, non solo le parole. Riassaporare il diritto di sbagliare e, perché no, di inventare sbagliando. Scomporre, giocare e sperimentare con un mezzo espressivo diverso, contaminare e contaminarsi senza sensi di colpa. Forse anche arricchire se stessi, i potenziali lettori e la malcapitata lingua che andiamo a sporcareScrivere senza frontiere: anche StreetLib, al pari di Tim Parks, ci crede! Anzi, noi ci abbiamo sempre creduto. Ed ecco che in mezzo ai nostri molteplici servizi, orgogliosi della preziosa collaborazione con Babelcubeoffriamo ai nostri StreetLibers la possibilità di aprirsi al mondo! Scrivere senza frontiere, cosa state aspettando? Basta un click!

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