I cinquantaquattro scopritori d’oro: Erika Marconato

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klondikeKlondike, un nome di per sé già sonoro ed eloquente. A pochi giorni dell’esordio della collana che Antonio Tombolini Editore dedica alle nuove scoperte sarebbe bello capirne di più riguardo a un progetto attento, interessante e ambizioso come pescare talenti e buoni libri nel mare del self-publishing. Può essere che altri editori abbiano già pensato di cercare bravi scrittori prima di farsi trovare da loro, ma l’idea evidentemente non ha portato quasi mai ai risultati sperati. Non si tratta solo del cosa, ma anche del come. In un recente articolo sul nostro blog, Michele Marziani, direttore editoriale della collana e della casa editrice, ha spiegato senza equivoci quali sono le linee editoriali, le scommesse e gli obiettivi per riuscire in una spedizione così ambiziosa e tonificante per il mondo di questa benedetta editoria in continua, necessaria evoluzione.

Proviamo allora a smontare l’organismo Klondike e vediamo un po’ come funziona indagando da dentro. Cerchiamo di capire quante figure ruotano intorno alla nascita di un buon libro. Perché Klondike è la prima collana che recluta lettori, non solo scrittori. Cinquantaquattro appassionati veri di lettura, battezzati dalla militanza stessa nell’atto di leggere. Ecco chi sono i lettori di Klondike: scopritori d’oro. Cercare coralli nell’Oceano dell’autopubblicazione. E se in questo flusso immenso di parole, di desideri, di speranze, di storie, di scritture ci fossero dei capolavori? Michele Marziani e Antonio Tombolini si sono posti la stessa domanda da posizioni diverse. E sono arrivati alla stessa conclusione: chi cerca, trova.

erika marconatoCosì hanno cominciato a cercare i cercatori. Lettori appassionati che lavorano al centro del campo, perché una buona lettura si trova solo leggendo. Scoprire è parola seria e credibile almeno quanto inventare. E noi abbiamo chiesto a Erika Marconato, una dei cinquantaquattro, di spiegarci cos’è e cosa può diventare Klondike. Se trovare oro in un fiume in piena sia poi così complicato.

– Benvenuta, Erika. Parlaci di te, come e da che parte di mondo e di editoria sei arrivata alla spedizione Klondike?

– Sono una lettrice da quando ho memoria. Il mio principale contatto con l’editoria risale a un paio di anni fa, quando è stato pubblicato un mio racconto dalla casa editrice Graphe edizioni. I libri mi affascinano: sono sempre stata molto curiosa rispetto ai dietro le quinte, l’aspetto “artigianale” delle storie mi affascina quanto le storie stesse. Antonio Tombolini è una persona che questi “segreti” li condivide, per cui l’ho sempre seguito con interesse. Sono arrivata a Klondike proprio grazie a un suo status sui social network.

Scegliere di imbarcarmi per Klondike è stato frutto di un insieme di fattori. Da una parte ero molto tentata dal mondo Ultimabooks (ora StreetLib), dall’altra uno dei miei sogni di bambina era di essere pagata per leggere libri. Il motivo principale, però, è stato che un paio di anni fa mi sono accorta di non aver mai letto un libro uscito in self-publishing: nella mia testa, li consideravo solo lo sfogo di un autore vanesio e frustrato. Non volendo essere letterariamente snob, ho approfittato dell’occasione per diventare una lettrice per Klondike. L’esperienza è stata molto interessante: libri figli di autori vanesi ce ne sono, ma, perlopiù, ho letto storie interessanti, ben scritte e su cui, sicuramente, si era lavorato molto.

– Pensiamo a Klondike ma non solo, il digitale può salvare, sta salvando, l’editoria?

– La risposta è sì. Il digitale potrebbe salvare l’editoria, se gli editori cominciano a considerarlo un mezzo diverso, non una replica del cartaceo. I lettori sono pronti: molti miei conoscenti usano regolarmente l’ereader (soprattutto persone anziane che riscoprono il piacere di una lettura con dei caratteri “regolabili”). Pensare di mettere a disposizione solo un pdf con un DRM restrittivo, allo stesso prezzo del volume cartaceo, semplicemente non funziona (mi preme sottolineare che nella frase precedente sono raccolte praticamente tutte le lamentele dei lettori “digitali”). Questo “modello” tralascia troppe variabili tra cui che il lettore “digitale” ha già pagato il supporto e che con l’acquisto si paga l’accesso alla copia (se mi si rompe il mio attuale ereader non ho intenzione di comprare di nuovo un libro che ho pagato). Inoltre, la pirateria trova la sua strada, indipendentemente da quanto restrittiva è la gestione dei diritti digitali nei confronti del lettore.

Mi piacerebbe che gli editori ascoltassero i lettori (sul prezzo, ad esempio, O’Reilly, un editore di manualistica americano, riesce a vendere ebook da più di trenta dollari perché i libri sono fatti bene e l’accesso diventa un problema suo, non del lettore): chi pubblica e chi legge libri fa parte della stessa “industria”, sono due facce della stessa medaglia. I lettori stanno trovando pian piano altre strade, altri luoghi. Gli editori meno.

– Leggere e scrivere. Che cosa significa per Erika Marconato?

– La lettura, per me, è un modo di capire meglio il mondo. La scrittura un modo per mettere ordine nella mia testa.

– Quando e come si può dire di aver scoperto un nuovo scrittore?

– Un modo carino di chiedere cosa fa di uno scrittore uno scrittore. – Erika sorride e fa una pausa – Io credo che ci siano tre cose che fanno uno scrittore:

  • una buona cassetta degli attrezzi;

  • esercizio;

  • tempo.

Nella cassetta degli attrezzi metterei grammatica (da lettrice, una delle esperienze più frustranti con Klondike è stato proprio un libro il cui autore utilizzava i puntini di sospensione al posto delle virgole); conoscenza del mezzo che si decide di utilizzare (scrivi racconti, ne leggi? Scrivi saggi, hai idea di quale sia il tono che ti piace nei saggi che hai letto? Scrivi romanzi, sai come costruire un personaggio convincente?); consapevolezza dei vari elementi che si accompagnano a un libro e delle loro differenze specifiche (copertina, sinossi, biografia dell’autore, etc.); curiosità (leggere, osservare le persone, orecchiare conversazioni) e un buon vocabolario.

L’esercizio non significa solo scrivere molto, significa essere disposti a riconoscere l’”artigianalità” del processo che è la composizione di un libro: diventa uno stato d’animo permanente in cui si cerca di migliorare, anche grazie a errori e tentativi. Ognuno deve trovare la propria strada, ma ciò non significa che non si possano provare sentieri già battuti.

Scrivere richiede un sacco di tempo: le bozze vanno corrette, rilette, editate, fatte passare per dei lettori beta, ricorrette, etc. Le storie, poi, hanno bisogno di “fermentare” e riposare: uno scrittore lascia che ciò accada, cercando di offrire il migliore prodotto possibile ai suoi lettori (anche se non ho messo la pubblicazione in questo elenco, sono profondamente convinta che uno scrittore senza lettori sia monco: le storie sono di chi le scrive, ma, soprattutto di chi le legge).

Tutte queste “cose” traspaiono e sono percepibili dai lettori come me.

– Un buon libro. Il risultato di un lavoro ben fatto che deriva da un progetto. Se sei d’accordo con la definizione, quante figure ruotano dietro un risultato del genere?

-Se vuoi un numero preciso, non ce l’ho. Considero la scrittura un processo collettivo (e ne ho ampiamente parlato qui) di cui lo scrittore è solo un aspetto.

Nella tua definizione la parola più interessante è progetto: non c’è niente di “magico”, ma tanto lavoro dietro un buon libro. Molti degli ebook che ho letto per Klondike questo lavoro lo facevano trasparire: la copertina realizzata da un grafico, dei materiali “extra” inseriti nella storia, ringraziamenti molto lunghi, attenzione ai dettagli. Come lettrice, sono stata molto fortunata a incrociare, perlopiù, libri all’altezza delle mie aspettative anche nell’avventura con Klondike.

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